Life In Low-Fi

Ora basta, anarchia!

Nella scena della banda – quasi al finale dell’ultima puntata della per ora ultima stagione di Severance, per gli amici Scissione – c’è tutto.

Paradosso, finte gratifiche aziendali che non gratificano se non – forse – l’ego di chi le concede e che nessuno di quelli che le ricevono valuta minimamente.

Il dipendente come ingranaggio, funzionale solo alle esigenze della ditta (Milchick come Chaplin in Tempi Moderni).

Il culto per le uniformi, per l’uniformazione e per il vincente, qualunque cosa vinca e per quanto la sua vittoria non sia né una vittoria né tantomeno davvero sua; culto che si aggiunge a quello – sfacciato – della, personalità e del leader, roba che Corea del Nord scansati proprio.

Il militarismo, strisciante e/o manifesto.

L’amore per lo show e lo spettacolo “finì a se stessi”, anche (soprattutto?) quando inappropriati (vedere i funerali-convention-comizio-“rally the troops” identitario dei funerali di Charlie Kirk).

Ed infine (ma no, ci sarebbero ancora mille cose da dire) pura distrazione di massa.

Panem et circenses.

Non vedo l’ora che inizi la prossima stagione.

Due note, minime, minuscole, quasi più “appunti mentali per me stesso” su due aspetti dell’attuale crisi a Gaza.

1) L’iniziativa della Sumud Flotilla è meritevole, nobile e donchisciottesca al massimo grado di quanto sia possibile esserlo per un’iniziativa simile.

2) Stesso ragionamento vale per il riconoscimento in sede internazionale dello Stato di Palestina (per il quale, a rigore, mancano alcune condizioni piuttosto fondamentali).

Queste sono due iniziative che mi fanno ben sperare, in quanto spudoratamente politiche, per un ritorno della politica come motore principale dell’azione dei e tra i governi.

In un periodo in cui tutto sembra muovere il mondo tranne la politica, è un bel segnale.

D’altra parte, temo che entrambe siano velleitarie e destinate ad una clamorosa irrilevanza.

Da cui il titolo.

Jason Snell che cita Cory Doctorow che al mercato eccetera eccetera.

La conclusione è logica e condivisibile: se l’AI lavora per noi, tutto funziona alla grande. Se – viceversa – l’IA (grassetto intenzionale ;–) ) è ciò che detta i tempi all’operatore umano (il singolare non è per nulla casuale, come evidenziato nello stesso post di Doctorow), si aprono praterie per l’orrore.

Personalmente, però, non mi stupisce questo “modus operandi” nel rapporto con i computer (ché, ricordiamocelo sempre, di questo parliamo quando citiamo l’IA: di computer, cioè hardware e software). É lo stesso schema mentale di chi lavora con il computer, invece di far sì che il computer lavori per lui.

Quelli che fanno copia e incolla dal menu. Quelli che non fanno nemmeno copia e incolla e riscrivono lo stesso dato in mille posti diversi. Quelli che rinominano i files uno alla volta. Quelli che puntano una sveglia ricorrente sull’iPhone ogni sera a mano.

L’idea che stiano usando una macchina (il computer) come se spingessero a mano i pistoni del motore dell’automobile non li sfiora nemmeno, anzi: se glielo fai notare, lo prendono quasi come un complimento.

Con utenti come questi, Skynet non si ribellerà mai, per paura di dover spiegare loro come perdere la guerra.

Vorrei trovare un modo abbastanza scemò per poter condividere foto su questa pagina, ma al momento non ho intenzione di sbattermi. Quindi faccio pace e mi tengo la voglia.

Magari poi scriverò anche quelle due famose righe (spoiler: saranno drammaticamente più di due) sui social network.

Giuro

Non saprei davvero come definire altrimenti il progetto di controllo delle chat (e non solo) in lavorazione al Parlamento Europeo.

Controllare preventivamente ed algoritmicamente ogni messaggio per tentare di intercettare quelli contenenti abusi o possibile materiale pedopornografico é come setacciare ogni abitazione da cima a fondo ogni ora di ogni giorno per trovare un po’ di polvere sotto il tappeto.

Quello che mi fa più incazzare non è la semplicità e la noncuranza con cui viene proposto di metter fine alla privacy delle comunicazioni digitali per un intero continente, quanto il farsi scudo dei “pampini” per tentare di far apparire la cosa meno schifosa, pigra e grossolana di quanto sia.

Mi unisco all’appello di Nicola: leggete, verificate e agite.

Perché passare dalla pesca a strascico alla tonnara è questione di un attimo e di parecchie presunte buone intenzioni.

John Turturro, Christopher Walken e John Noble che chiacchierano attorno allo stesso tavolo circa la possibilità che ci siano destini ultraterreni diversi (o forse sarebbe meglio dire scissi?) tra interni e loro esterni.

Che serie pazzesca.

Tra le letture estive interessanti (nome che d’ora in poi userò in pubblico al posto della corretta dicitura “sfoltiamo l’infinità coda del mio “leggi dopo” e dei miei feed RSS, o almeno provaci, sapendo che tanto ci riuscirai solo in minima parte”, non fosse altro per brevità), ho trovato questo lungo, approfondito e molto onesto post di Matt Gemmell.

Spiega il nostro come e perchè sia tornato ad usare un Mac(Book) dopo otto anni di uso esclusivo di iPad.

E lo so, sembra uno dei millemila articoli, post, video su YouTube e simili dedicati a quello che ormai è un genere letterario a sè (e che vanta, per tentare di raccogliere una percentuale il più possibile vicina al 100% del pubblico, alfieri da ambo le parti e in entrambe le “direzioni” del ritorno). Ma qui, come ho detto, c’è una percentuale di onestà superiore alla media ed una di clickbaiting e “voglia di rissa” decisamente inferiore (tanto da guadagnarsi il nobile posto di premessa:”non c’è un vincitore, non ha senso che ci sia, non facciamo i bambini”).

Per quanto il filo logico sia di per sè quasi impeccabile, con la descrizione minuziosa dei difetti e dei pregi di ambo le piattaforme e i passaggi “mentali” che hanno portato al ritorno del figliol prodigo sui lidi del trackpad e tastiera integrati, la verità a mio avviso affiora completamente abbastanza avanti nel pezzo.

E non so quanto per esplicita volontà dell’autore.

Le persone usano ciò che gli fa comodo. L’iPad richiede la – notevolissima – dose di adattamento di cui tutti i “ritornanti” (cavolo, da quanto tempo volevo usare questa similitudine) non mancano mai di fare menzione, solo proporzionalmente alla misura in cui vogliamo farlo somigliare ad un Mac.

I lapsus freudiani non mancano: “Ho usato il mio iPad al posto del mio MacBook (nel 99% dei casi Pro top di gamma con cover in pelle umana e pianta di ficus sul desktop ;–) ) per x tempo”. “L’iPad può finalmente sostituire un Mac con iOS 10,11,12, 13...26...200.000?” Spoiler: sì, se ciò che può fare è ciò che fai con un Mac: se devi scaricare roba da Telegram, auguri.

Ehm...vabbè, era un esempio. Ci siamo capiti, no? Pura teoria. Proseguiamo...

A questo aggiungiamo un particolare non indifferente: quasi tutti quelli che “tornano all’ovile” hanno una storia da utenti Macintosh *decisamente più lunga dai quella da utenti iPad^.

Io sono più o meno nella medesima situazione, dopotutto ho iniziato con un iBook G3 (“si bulla della propria expertise informatica da veterano, senza cogliere il devastante effetto veeeeechiooooo immediatamente sotto al superficie, in agguato come un coccodrillo).

La differenza è, chi l’avrebbe mai detto, che per il mio uso (che non definirò “basico”, anche se molti lo farebbero; vecchia polemica, che mi ha sempre visto dalla stessa parte; non esistono “pro user” assoluti, solo esigenze più o meno complesse/specifiche/di nicchia da soddisfare) iPad è perfetto.

Non in senso assoluto, chiaramente: rimpiango ogni giorno il livello di automazione possibile su MacOS con Hazel, pur adorando Shortcuts (Tim? Tiiimmmmm? Hazel su iPad? Tipo...ora?). Ma nell’uso standard, questa piattaforma è il mio nirvana informatico, probabilmente vicino a quello che sognavo da ragazzino.

Al momento sono appoggiato su un tavolo in giardino, scrivo da una Logitech Keyboard Folio con angolazione perfettamente regolabile per evitare il riflesso del primo tramonto, con la playlist di Jazz Chill (signore, che nome orrendamente trendy) riprodotta a volume medio- basso da un’onestissima cassa bluetooth, con una brezza talmente perfetta da farmi sospettare che da dietro un cespuglio spunti il regista a stoppare tutto perchè “buona la prima”.

Il peso di tutta questa beatitudine è infinitesimale in rapporto al piacere d’uso, l’autonomia spaventosa, la connessione cellulare mi consentirà di caricare questo mio delirio sul mio blogghettino letto solo da me appena finito di scriverlo (e no, cari i miei sapientoni, fare hotspot dall’iPhone al MacBook non è la stessa cosa).

La macchina su cui scrivo queste righe è la più recente in mio possesso, indipendentemente dal sistema operativo che monta, è mi serve alla perfezione da quattro generazioni di chip Apple Silicon e da quattro anni).

Se, finito questo delirio, volessi leggere qualcosa su Libri (ormai solo copie digitali o quasi, altrimenti entrano loro in casa ed esco io...), mi basterebbe staccare la tastiera e mi troverei con un lussuosissimo tablet abbastanza grande da sopperire persino alla mia cecità incombente ( veeeeechiooooo, parte seconda) e abbastanza portatile da essere comodamente usato in poltrona.

Mi farebbe comodo un Mac prodotto in questi ultimi due o tre lustri? Certo, ma mente il suo predecessore è un iMac 27” 5K (il cuoi “fine corsa” mi ostino tenacemente ad ignorare, nonostante le evidenze), questo con tutta probabilità sarebbe un MacMini M4.

Senza schermo.

Perché vorrei un server casalingo sovradimensionato, e comunque nella metà – autoindulgenza allo stato puro, sarebbe una percentuale ben maggiore – dei casi sarebbe perchè non voglio rinunciare a “giocare” con MacOS (come qualcuno mi ha fatto più volte notare, senza convincermi ancora del tutto, un NAS serio sarebbe più che sufficiente per le mie esigenze).

Quindi, come da titolo, una volta di più, ad ciascuno il suo: impariamo a riconoscere l’esatta estensione e forma dei nostri desideri e delle nostre necessità, quando si parla di strumenti (anche di quelli creativi) e viviamo sereni.

Smettiamo di usare gli strumenti per ciò che vorremmo facessero, invece che per ciò che sanno fare. E sì, valutiamone le limitazioni, tenendo sempre presente che sono insite in ognuno di essi, e che l’unica discriminante è ciò che a noi serve assolutamente.

Smettiamo di contrapporre – anche nel modo più blando e “corretto” possibile, comune in questo caso, *flessibilità” a “focalizzazione”, “libertà” a “semplicità”, “personalizzabilità” ad “adattamento”.

La definizione del punto di forza assoluto di iPad resta – per me – quella che diede tempo fa Federico VIticci ( un altro che ha sguazzato un bel po’ nella piscina dei ritornanti, di recente): l’iPad fa cose che nessun’altra macchina può fare, può essere/diventare cose che nessun altro dispositivo può essere. Invece di tentate strenuamente di farlo somigliare ad un Mac ( o a qualsiasi altra cosa), cerchiamo di capire se veramente fa per noi. Perchè un Mac, se di questo abbiamo bisogno, se questo è ciò che ci piace usare, già l’abbiamo. E – indovina – è il migliore al mondo a fare il Mac.

P.S. Diamine, quanto gli invidio la “firma a mano” in fondo ai post. Ora cerco di scoprire se posso replicarla. Magari poi non ci azzecca nulla e non la userò mai, ma la scimmia reclama conoscenza schifosamente di nicchia e di nessuna rivendibilità nel mondo delle persone normali.

Facciamo un’ipotesi. Che esista, sulla carta, un ragionevole compromesso tra “siete benvenuti a prescindere” e “non vogliamo essere invasi”. E che la soluzione migliore per alzare il livello dei diritti sia alzare, in pari misura, quello dei doveri. Cioè che diventare italiani debba essere più rapido, più facile, con norme più accoglienti; ma esista un “prezzo d’ingresso” non trattabile, ovvero l’accettazione di regole condivise (il primo esempio che viene in mente è l’autodeterminazione delle ragazze); la messa in chiaro di rapporti di lavoro spesso sottaciuti e sottopagati (e questo riguarda più i datori di lavoro italiani che gli immigrati in cerca di lavoro); l’apprendimento della lingua, spendendo risorse per insegnarla, cosa attualmente lontanissima dalla realtà; e insomma stabilendo che l’accoglienza richiede un patto di intesa tra gli accoglienti e gli accolti: noi ti mettiamo in regola, ma che la messa in regola abbia successo è una cosa che dipende molto anche da te.

Bene. Anche nel caso, molto improbabile, che questo “piano migranti”, con i suoi bravi pesi e contrappesi, vedesse la luce, rimarrebbe intoccata la vera causa delle profonde divisioni che le grandi migrazioni della nostra epoca (e probabilmente tutte le precedenti) producono nelle società di approdo. Il concetto stesso di nazione, di Italia, di “identità nazionale”, è radicalmente diverso a seconda che lo si consideri come un presidio etnico-culturale ben definito, e sostanzialmente immutabile, o una comunità cangiante, permeabile, del tutto indifferente alla sua composizione etnica e religiosa e attenta solo alle regole di concittadinanza.

Michele Serra

Casomai non vi bastasse l’esaustiva (coff...coff...) copertura mediatica sull’elezione del nuovo Papa, potreste integrare con un bel post di Fast Company (ci sono arrivato tramite Gruber) sulla ridicolmente sballata spaziatura tra i caratteri dell’iscrizione sulla lapide di Papa Francesco.