Life In Low-Fi

Ora basta, anarchia!

“Don’t treat the user like an idiot with tons of boring levels and repetitions and built-in frustrations. Experiment with exciting visuals, perhaps inventive typography and bright alluring colors, to create a unique personality.”

Secrets behind the success of Monument Valley — InVision Blog (copia su Medium)

Monument Valley è — non lo ripeterò mai abbastanza — uno dei migliori giochi in cui mi sia imbattuto, indipendentemente dalla piattaforma. Anche se è facile intuire il lavoro e la cura che occorrono per dare vita ad un prodotto di tale livello, leggere un dietro le quinte così esaustivo — soprattutto per ciò che riguarda quello che potremmo definire lo spirito con cui è stato sviluppato — è sempre un piacere.

Titolone ad effetto, lo riconosco. Scusate, non lo farò più, caffè pagato se passate da qui. Trovo però notevole uno degli insegnamenti tratti da John Gruber grazie allo sviluppo di Vesper (sviluppo terminato, se volete sapere bene il perché rivolgetevi a Gruber stesso ). Quando una delle autorità in ambito Apple come lui inserisce nella sua analisi una frase come:

“If I could do it all over again, here is what I would do differently. I would start the exact same way, with Dave and me designing Vesper for iPhone. But then, before Brent wrote a single line of code, we would immediately design Vesper for Mac. And that’s the product we’d have built and shipped first.”

qualcosa nel ragionamento comune va rivisto.

Ricordiamo tutti le marce funebri per il Mac App Store, che si trasformavano inevitabilmente in marce funebri per il Mac, perché “signora mia, la ggente non vogliono spendere”.
Pur ammettendo egli stesso come la corsa al ribasso dei prezzi (il temuto/vituperato “tutto a 0,99”) stia affliggendo in misura sempre maggiore anche il Mac (anche perché il Mac vive di nuovi utenti provenienti da iOS, dunque abituati a pagare poco le app — o nulla in molti casi), Gruber afferma che se c’è una piattaforma Apple che ancora permette di vendere le app di livello al giusto prezzo, quella è MacOs.

Oltre quindi ad aggiungere un notevole, ennesimo endorsement alla teoria che oggi il “cross-platform Apple” sia una caratteristica essenziale per il successo di un’applicazione, Gruber riconosce al Mac una caratteristica fondamentale, cioè l’avere ancora una base utente disposta a riconoscere il valore e pagare il giusto prezzo per le applicazioni.

Non dico che non verrà erosa con il tempo, magari tra un anno ci troveremo invece a discutere del problema sottoscrizioni (il cui potenziale abuso mi preoccupa un bel po’, vedi considerazioni su TextExpander ). Quello che è certo è che, al di là del business model scelto (pagamento upfront, abbonamento, o qualsiasi forma ibrida), coprire il Mac è ancora un’esigenza fondamentale per chiunque voglia sviluppare seriamente in casa Apple.

P.S. Come fa notare anche Gruber, Apple ha contribuito alla morte di Vesper su iOS con i miglioramenti apportati all’app Note.
Dopotutto, non capita molto spesso, di recente, di leggere critiche così entusiaste su un’app di default.

“In general, things kind of sucked. Most people could get by, but you had to find a lot of work arounds — which is also why I find it a little funny when long time Mac users shake their heads at people trying to go iOS only, as they should be the first to sympathize having spent a good part of their lives tackling the same issues to use a platform they love.”

Full Time iPad Pro — The Brooks Review

Ben Brooks fa scendere una lacrimuccia sulla guancia del Macuser che fui (dal 2003, non dal 2004 di cui parla lui: il mio era un iBook G3) e pone un’interessante questione: perché gli utenti Mac, soprattutto i veterani, sono così scettici nei confronti di chi sostiene di poter vivere solo con iOS? In fin dei conti, è la stessa reazione che subivano loro quando rendevano noto di usare solo quegli strani cosi con una mela sopra invece dei veri computer con Windows sopra. Azzardo un’ipotesi: ci piaceva sentirci illuminati, all’epoca. Pensare di aver visto arrivare il futuro prima degli altri, anzi di più, di averlo riconosciuto ed abbracciato come pionieri digitali.
 In realtà, eravamo solo — più o meno coscientemente — disposti ad accettare un rischio e parecchia scomodità (almeno all’inizio). Esattamente ciò che oggi fa chi sposa un metodo di lavoro iOS-only, convinto (se a torto o a ragione lo dirà solo il tempo) di vivere nel futuro dell’informatica. Ogni età ha i suoi pionieri, e non sempre ne facciamo parte.

All’improvviso capita una cosa strana. Life In Low Fi risulta quasi sempre irraggiungibile. Ora, già che siamo qua tra noi 4, precisiamo: non è che sia stato sommerso dai tweet di frotte di utenti disperati o chissà che.
 Semplicemente, avevo un paio di post da caricare, complice il test approfondito su Ulysses, e non sembrava esserci vita nel web. Solito giro. Si rivedono tutti i settaggi, si disabilitano a turno i plugin più “invadenti” (Jetpack e Wordfence), si riprova il login da zero con Ulysses.
Niente. A questo punto, un po’ alla cieca, si va a verificare lo stato del paziente dal pannello di controllo web dell’hosting. Qui vengo a scoprire che ho quasi tutto lo spazio occupato.
La cosa chiaramente non è possibile, quindi chiedo l’aiuto di un esperto (che per sua sfortuna conosce un imbranato come il sottoscritto), il quale in un tempo umiliantemente basso risolve l’arcano. Vero è che ognuno è specialista nel suo campo, ma ogni volta che vedo muoversi in ambiti che per me sfiorano l’estetica chi invece ha sicurezza e abitudine a farlo (in qualunque ambito, fosse anche l’agricoltura: il mio pollice verde è perennemente verso — se voleste disfarvi per sempre di un qualsiasi vegetale sono a disposizione, prezzi modici e risultato garantito in breve tempo) mi viene da pensare: di quante cose servirebbe (sarebbe bello avere) almeno un’infarinatura. Quanto basta per risolvere i problemi più banali, o almeno per capire cosa stia succedendo (o non succedendo). Poi però mi si presenta il lato oscuro della forza: se anche riuscissimo ad essere un po’ esperti in un bel po’ di campi (ricordiamo la definizione di “Esperto”: colui che sa sempre di più su sempre di meno, fino a sapere tutto di niente), questo ci porterebbe a non esserlo davvero in nessuno. È l’eterno — almeno per me — dilemma tra il saper fare più cose possibili ad un livello magari appena decente, o molte di meno ma decisamente meglio. Per fortuna poi ci pensano le giornate di sole 24 ore ed il fatto di disporre di un’unica vita a rimettere tutto a posto, comprimendo il tempo a disposizione al punto tale che riuscire a saper fare molte meno cose ad un livello appena decente è una conquista epocale.

“It seems to me we’re moving in the right direction but not fast enough. I, for one, cannot wait for the day that I can get rid of all these bits of plastic I am carrying around.”

Chip-on-Card vs. Apple Pay — MacSparky

Non potrei essere piu d’accordo di cosi. E il discorso vale anche per i documenti di identità, uno su tutti (la lenzuolata per eccellenza), di cui aspettiamo con ansia da anni la digitalizzazione (o quanto meno l’unificazione in forma piu civile).
Sapendo, per altro (temendo, va’ siamo ottimisti), che quando arriverà porterà con se un milione di formati oscuri ed incomprensibili e non interoperabili.

P.S.: non so se sia buffo o deprimente, ma sicuramente è esemplificativo. Pur ammettendo che il passaggio dalla banda magnetica al chip sia un enorme passo in avanti sul fronte della sicurezza, e riconoscendo l’incredibile ritardo con cui gli USA hanno introdotto il sistema, i commenti virano inevitabilmente su un solo punto: perché usare il chip, quando c’è un sistema ancor più rapido e più sicuro? Noi viviamo ancora come un mezzo miracolo il chip suddetto, nonostante anni di uso (quante volte nei negozi viene strisciata la banda magnetica, anche se il chip è presente?).

“Then the new one — at least for me: If you ever lose your iPhone, iPad or iPod, be extra alert for upcoming identity theft attempts. This is what Google.com and Apple should’ve told me 12 days ago when I searched for what to do. The scam was so professional with perfect English and mobile responsive web pages that I consider myself lucky not to have given away my password. And as said, I’m sort of a professional.”

This is what Apple should tell you when you lose your iPhone — Hacker Noon

Ora mi sale la nostalgia.

Ricordate i bei tempi delle truffe via mail? Quelli in cui il messaggio proveniva da una banca di cui non eravate nemmeno clienti, da un indirizzo tipo adessotistrafregoallagrande.tiè, ed il cui testo sembrava scritto da Ajeje Brazorf? Dimenticateveli.

Vi presento Joonas Kiminki, un poveraccio cui hanno fregato l’iPhone. Joonas è coscienzioso ai limiti dell’antisgamo, quindi fa tutto ciò che deve: prova a telefonare a sè stesso dal numero della moglie (spento, un classico), poi marca il terminale come smarrito in Trova iPhone e — più o meno — se ne dimentica. Undici giorni dopo, riceve la comunicazione che chiunque nella sua situazione vorrebbe trovarsi nella Inbox (e sul cellulare): l’iPhone è stato localizzato! La mail è perfetta, i link portano alle pagine giuste, ed il collegamento principale gli chiede di inserire le proprie credenziali iCloud in una schermata anch’essa quasi perfettamente Apple. Quel quasi, oltre al livello antisgamo pro di cui Joonas gode, lo salvano dalla proverbiale brace. Il link (in chiaro nell’sms, ricavabile ma occultato dietro un rassicurante Apple come mittente della mail), è il seguente: http:/show-iphone-location.com E non c’è traccia della connessione sicura propria dei siti di Apple (iCloud in primis). Joonas si ferma un secondo prima di inserire le proprie credenziali, e ci fa il favore di analizzare il come e il perché del tentato raggiro. L’unica considerazione che mi resta da fare, dopo aver ringraziato l’autore per le dritte, è che questo potrebbe essere uno spiacevole effetto collaterale dell’alfabetizzazione informatica: un tempo una mail stile eredità nigeriana milionaria avrebbe mietuto migliaia di vittime senza sforzo. Se, però, l’attenzione posta nell’evitare questo genere di minacce aumenta, in virtù di maggiore e migliore informazione e di conseguente maggiore coscienza del pericolo, anche chi mira a truffarci deve “alzare l’asticella”. Ed ecco che dobbiamo aspettarci mail sempre più vicine alla perfezione (questa, guardate l’articolo, è davvero notevole), procedure sempre più complesse per somigliare alle autentiche, ed in generale una maggiore difficoltà nello stabilire se di frode si tratti o meno. Quindi, oltre al solito consiglio di base di sfruttare ogni misura di sicurezza disponibile, anche se pare eccessiva (per favore, smettiamola con la presunzione di non avere niente che possa interessare ai ladri informatici: dei dati anagrafici completi, autentici e “puliti” hanno un valore incalcolabile), è importante — e lo diventerà sempre di più col passare del tempo — mantenere una sorta di sano scetticismo di default: se qualcosa non è verificabile, meglio lasciar perdere. Dopotutto, in un caso come quello in oggetto, l’accesso a iCloud senza passare dal link contenuto nella mail darebbe lo stesso risultato. Non stacchiamo il cervello solo perché le macchine funzionano incredibilmente bene nel 99% dei casi.

P.S. Sempre nell’ottica del “fidarsi è bene…” eccetera, né Gmail, né Inbox, né Apple Mail hanno dubitato un solo istante che [email protected] fosse un indirizzo legittimato a figurare come “Apple”.

“But why do we need “smart” watches or face-mounted computers like Google Glass? They have radically different hardware and software needs than smartphones, yet they don’t offer much more utility. They’re also always with you, but not significantly more than smartphones. They come with major costs in fashion and creepiness. They’re yet more devices that need to be bought, learned, maintained, and charged every night. Most fatally, nearly everything they do that has mass appeal and real-world utility can be done by a smartphone well enough or better. And if we’ve learned anything in the consumer-tech business, it’s that “good enough” usually wins. The combination of a computer, internet connectivity, and a smartphone (and maybe a tablet) is awesome. It satisfies nearly every modern demand for personal computing hardware and still has massive untapped potential for software and services.”

Marco Arment

Spesso mi trovo d’accordo con Arment, e trovo che molta parte della sua analisi sia corretta; pecca però, secondo me, di prospettiva nel momento in cui non vede, nei wearable devices, altro che ripetitori di funzioni già svolte dagli smartphone e/o dai tablet. Può essere, e non fatico ad ammetterlo, che al momento la situazione sia questa: ma pensare che i dispositivi in questione restino cristallizzati nelle attuali condizioni di utilizzo mi pare, per l’appunto, un po’ miope. In fin dei conti, l’iPad è oggi una macchina profondamente diversa dagli esordi: più potente, più veloce, dotato di software inimmaginabile fino a qualche mese fa. Perché i wd non dovrebbero seguire lo stesso sviluppo esponenziale, la stessa esplosiva curva di miglioramento delle capacità? Ci siamo fatti (più o meno tutti) cogliere di sorpresa dal fenomeno iPad (mi rifiuto di definire un presunto fenomeno tablet, visto che gli altri sono nella migliore delle ipotesi andati a traino di Apple), cerchiamo di non ripetere l’errore. Certo, le prime incarnazioni dei wd sono (saranno) goffe, limitate, grezze: ma precludergli la possibilità di stupirci mi pare ingeneroso.“

Ecco, adesso che siete scappati tutti grazie alla citazione più lunga della storia di Life in Low-Fi (e anche dei suoi predecessori), possiamo andare avanti. Per i tre rimasti, mettetevi comodi: spazio ce n’è e le ciambelle sono sul tavolo in fondo. Stavo organizzando una migrazione parziale ma significativa a Ulysses, per testare come si deve la possibilità che l’abominio (la sostituzione di ByWord) si compia; sono così incappato nelle bozze che avevo lasciato sul cloud ai tempi di Daedalus Touch (avete presente quando si dice che internet non dimentica? È più vero di quanto sia desiderabile, il più delle volte). Comunque siamo a quasi 3000 caratteri e ancora non si è capito il perché siamo qui: il post qui sopra mi sembra confermato dalla mia esperienza con l’AppleWatch. Lo so, avevo detto che non ne avrei scritto tanto per, ed infatti il ragionamento sarà breve; l’evoluzione lenta ma dalle ampie prospettive che mi attendevo si sta realizzando. Non solo, mi sento di dire che almeno un paio di punti che consideravo discutibili già all’epoca lo sembrano ancora di più adesso; nello specifico: * Il costo in termini di eleganza di uno smartwatch rispetto ad uno smartphone mi pare minimo, quando non addirittura ribaltato. La discrezione che consente in fase di triage di messaggi e mail un AppleWatch — che può essere consultato senza attirare troppo l’attenzione e per il tempo minimo necessario — è irraggiungibile per un iPhone qualsiasi. * Anche il fatto che uno smart device sia con l’utente per un tempo sensibilmente minore rispetto ad uno smartphone mi pare smentito dai fatti: nella mia esperienza (e ho letto innumerevoli recensioni che enfatizzavano lo stesso aspetto), quando sono in casa o comunque in un ambiente circoscritto (sempre nel raggio dell’azione del Bluetooth) abbandono l’iPhone dove capita e mi servo in maniera quasi esclusiva dell’AppleWatch. Una nicchia, insomma, c’è. Incredibilmente ristretta, specie se comparata all’universalità dello smartphone (e da questo paragone — insostenibile per qualsiasi prodotto tecnologico o meno — deriva l’ampio numero di recensioni che includono la frase “non mi sento di consigliarne l’acquisto a tutti” e simili), ma che i wearable sanno riempire in modi che nessun altro dispositivo si sogna.

Insomma, non sarà una cavalcata trionfale come quella dei telefonini intelligenti (ma siamo sicuri che, al netto delle lenti rosate con cui di solito guardiamo le origini dei fenomeni, lo sia stata davvero?), ma i wearable sono qui per restare.

Diamogli modo di dimostrarlo.

Google, nonostante la penetrazione nella cultura popolare, non è pop. È un covo di nerd che sembrano avere fondamentalmente due obiettivi (strategie finanziarie a parte, qui ci limitiamo a parlare degli ingegneri):

  • Far vedere a tutti (specialmente agli altri nerd) quanto siano bravi.

  • Sembrare a tutti costi meno nerd (tranne che agli altri nerd).

Quello però che difetta ai nerd, soprattutto a quelli non (auto)reclusi in uno sgabuzzino, è una reale coscienza dei danni che possono arrecare a chi abbia normali interazioni sociali. Tra nerd è (può essere) figo inserire in una mail — anche di lavoro — una gif con un Minion sprezzante; in fondo, è il motivo per cui esistono i Bot in Slack (che è forse al momento uno degli strumenti più usati sul lavoro) e gli stickers in Telegram. Ma al di fuori dell’ambiente tech (a mio avviso anche all’interno, ma vabbè) l’unico reazione possibile è un misto tra “questo è un idiota” e “eh?”. Chiaramente, tutto questo non ha creato alcun problema, perchè nel 2016 la posta elettronica non viene usata per comunicazioni ufficiali e…oh, al diavolo. Il bel risultato è stato di allegare Re Bob a mail che servivano per esempio ad ottenere colloqui di lavoro, culminando addirittura — pare — con una intrusione in una mail di risposta inviata da un’agenzia di pompe funebri (e non era pubblicità, si dice…). Aggiungete a tutto il disastro il fatto che “Mic drop” fosse attivato da un pulsante posizionato al posto di Invia e Archivia (una delle funzioni più usate di GMail). Le polemiche seguite alle innumerevoli lamentele degli utenti hanno costretto Big G a ritirare in fretta e furia lo scherzo, con tanto di scuse ufficiali. Quello che rimane, a noi risparmiati dal flagello “Mic Drop”, è una sgradevole sensazione di scollamento ,resa ancor più tale dal fatto che la scena è una delle — poche — davvero divertenti del film: lo scollamento dalla realtà di quel motore di ricerca che in molti casi aiuta a definirla, ma pare abbia serissime difficoltà a capire quando uno scherzo è semplicemente inopportuno.

P.S. Ora che Google pare volersi convertire in una compagnia “machine learning first”, mi viene spontaneo domandarmi se questo genere di “inciampi” aumenteranno o diminuiranno durante la naturale ed invitabile fase di assestamento. Meglio un pessimo senso dell’umorismo (umano) o nessun senso dell’umorismo (automatico)?

Alla fine, la curiosità ha avuto il sopravvento, ed ho installato Snapchat. Tutti a descriverlo (tentare di) come il nuovo fenomeno sociale del web, a paragonarlo (tentare di) a fenomeni epocali quali l’instant messaging in sé, tutti a definirlo (tentare di) ammettendo però da subito che se non ci sei dentro, non puoi capirlo (e a me venivano in mente i club finto esclusivi e le sette che poi muoiono tutti bruciati vivi).

Che poi qua si aprirebbe un’infinita parentesi sulle recensioni che non recensiscono, ma vabbè.

Questa non è una recensione. Non pretende in esserlo, e non riuscirebbe ad esserlo nemmeno volendo, principalmente per due motivi: l’ho tenuto installato per un paio d’ore — usandolo per i dieci minuti di cui sopra — e non ci ho capito granchè. Ho avuto qualche impressione sparsa, che qui proverò a trascrivere in bit altrettanto sparsi. Snapchat è molto popolare tra i giovani (lasciate perdere i media che se ne stanno impadronendo (tentando di), tipo MTV, o il National Geographic, o le grandi news corp americane ed inglesi: cercano solo un ulteriore canale di comunicazione per la stessa roba).
Posso capire piuttosto facilmente il perchè: Snapchat è veloce (molto, forse pure troppo, ma ci torneremo), colorato, divertente, eccessivo, visuale più che testuale. Un’orgia di Emoji che nemmeno gli stickers di Telegram (che personalmente trovo divertentissimi), stabilmente oscillanti tra il kawaii e il cinismo a basso realismo di un Adventure Time.
Potrebbe tranquillamente sostituire il 99% dei selfie da chat ( e probabilmente mira anche a quello, e probabilmente ci riesce pure — almeno per il suo bacino d’utenza privilegiato); adesivi di animaletti a cartoon con frasi fatte buone per tutte le occasioni, appiccicate sui propri autoscatti usati per decidere dove si va quando si esce: la macchina da guerra definitiva. Considerazioni pseudo tecniche a latere: pur essendo un sistema di messaggistica (ed in questo nemmeno troppo raffinato perchè volutamente vago come modalità d’uso — ma torneremo anche su questo), Snapchat implementa alcune funzioni che vorrei vedere ovunque, indipendentemente dalla piattaforma.
Una velocità di inserimento dei messaggi imbarazzante (guarda caso, la cosa più lenta da fare è scrivere: mandare una foto o un filmato con gli arcobaleni è infinitamente più veloce); una realizzazione tecnica con i fiocchi (il sistema appare stabile nonostante sia un misto di audio, video, foto, GIF, Emoji, testo e via dicendo); la funzione di autocancellazione dei messaggi inviati e letti è semplicemente geniale, finalizzata com’è ad abbattere del tutto ogni inibizione (sotto questo punto di vista Snapchat è la più clamorosa eccezione che io conosca al detto — per il resto sacrosanto — secondo cui “Internet non dimentica”; lo so che adesso si deve scrivere minuscolo perchè è stato finalmente risonosciuto come nome comune, ma qui ci va la maiuscola. Fa più sentenza definitiva.) ed imporre una certa leggerezza di fondo a qualsiasi conversazione (il tutto con un lato oscuro non da poco, ma — indovinate un po’? — anche di questo ne parliamo tra poco). Meltin’ pot di tutti i mezzi di chat a disposizione (o almeno questa è l’impressione che dà), Snapchat è un blob indefinito che prende la forma che vuole dargli il suo utente, o coloro che quell’utente seguono, determinandone così la popolarità. Restano i lati oscuri, che potrebbero essere in alternativa solo preoccupazioni da matusa che non ha capito appieno la grandiosità del mezzo. Ma tant’è. Sulla velocità di Snapchat incombe una pesantissima cappa di frenesia — e quel che è peggio è che sono quasi certo che questa impressione sia voluta da progetto.
Le chat indicano, di solito, se un messaggio è stato inviato, consegnato, letto, al massimo quando è stato inviato. Questo già genera in molti una discreta ansia da notifica (ricordiamoci del delirio seguito all’introduzione della “doppia spunta blu” in WhatsApp, o dei numerosi post di gente che si dichiarava esaurita dall’idea di dover rispondere immediatamente o quasi ad ogni messaggio ricevuto, pena la sanzione sociale di essere considerato un cafone).
Snapchat visualizza gli “snap” (i messaggi) così: Quanto tempo fa è stato consegnato. Ergo, quanto tempo ci stai mettendo a rispondere.
Perchè non hai ancora risposto? Cosa aspetti? Hai qualcosa da nascondere? Lo so che ti è arrivato. Precisamente 2 minuti fa.
Ansia, amica mia. Ricordo un post piuttosto impressionante di Ben Rosen che partiva dall’idea che per comprendere davvero Snapchat e l’uso che ne fanno i teenager non ci fosse metodo migliore che farselo spiegare da un’esperta: sua sorella tredicenne.
Il risultato è molto interessante, approfondito ed agghiacciante allo stesso tempo.
Un passaggio in particolare mi aveva colpito, e mi è tornato immediatamente alla memoria appena ho cominciato a “giocare” in prima persona:

ME: How long have you had Snapchat?

 BROOKE: My new account? About a month and a half.
 
 ME: New account?
 
 BROOKE: Yeah, I didn’t like my old name, so I made a new account.
 
 ME: So you lost all your friends…?
 
 BROOKE: Not really. I used to have about 215 and now I’m at around 180 or 190.
 
 ME: In a month and a half??
 
 BROOKE: Yeah, my score is already over 103,000. For those of you who don’t know (I didn’t), your Snapchat score can be found beneath your barcode on your account page. The score is determined by how many snaps you send and receive as well as how often you post and watch Stories.
 
 For context on how big Brooke’s number is, here is my score after about a year of moderate usage. (1729, NdR)
 
 I told Brooke what my score was. BROOKE: That’s it?? OMG that was like my first day.

Snapchat non è uno strumento per il tempo libero, non per il suo utilizzatore “pro”. Snapchat è IL tempo — libero o no. Sempre dallo stesso post:

ME: How often are you on Snapchat?
> 
> BROOKE: On a day without school? There’s not a time when I’m not on it. I do it while I watch Netflix, I do it at dinner, and I do it when people around me are being awkward. That app is my life.

Immagino quale stress possa causare a livello di rapporti “sociali”, specie in ambienti non proprio amichevoli come le scuole americane (ricordiamoci che Brooke ha 13 anni). 
Questo porta con sè un altro problema: Snapchat rischia di essere, nelle “giuste” condizioni, lo strumento perfetto per il tipico sistema a caste della scuola americana.
Popular o Loser, vedrai confermata e scolpita nella pietra digitale — per pochissimo tempo, ma ripetuta in continuazione — la tua condizione: ad ulteriore celebrazione dei primi e rovina dei secondi.

ELSBITCH: Don’t reply to weird people. You could reply once, but definitely don’t get a streak.

Ecco, appunto.

La stessa volontà (ferrea e palese, ma magari è un’impressione) di Snapchat di risultare fluido e — oserei dire — amorfo, mischiando in maniera apparentemente caotica ed indiscriminata tutti i mezzi di comunicazione personale di cui ci serviamo di solito, rivela il suo ultimo (?), forse più clamoroso, lato oscuro: l’app mira ad essere onnipresente. Come e più dei vari WhatsApp simili, Snapchat mira a mio avviso a raggiungere lo status di “app di default” di cui gode WeChat in estremo oriente (sull’argomento esiste una letteratura vastissima è molto interessante, come questo post. Per quanto l’obiettivo possa sembrare ambizioso, e il suo raggiungimento verificabile solo in maniera empirica con il tempo, bisogna notare due cose:

  • Quasi tutti abbiamo alzato il sopracciglio di default dello scetticismo quando Facebook era in crescita vertiginosa, pensando che prima o poi sarebbe arrivato un nuovo Facebook a far fare a loro la medesima fine di MySpace e affini. Almeno per ora, sembra che ci siamo sbagliati di grosso, e (stante l’ovvia ma necessaria considerazione che nulla è eterno, tanto più quando si parla di tecnologia) forse potremmo/dovremmo considerare l’ipotesi che Facebook abbia raggiunto una massa critica che ne renderà molto lento e difficoltoso il superamento.

  • Questo successo, per ora innegabile, nel porsi come default (Facebook è per vecchi, Twitter sta morendo, Slack è per team e via dicendo) non fa altro che esacerbare il rischio di settarismo di cui sopra; non sono sicuro sia un bene rispecchiare così fedelmente su internet le dinamiche di altri microcosmi (high school, anyone?), se queste già ci inquietano nella loro incarnazione originale.

Tutto questo, ovviamente, parte dal presupposto che Snapchat sia diretto a chiunque, ma forse proprio qui sta l’errore e il problema: Snapchat non è Facebook. Snapchat vuole i propri utenti, che si autoselezionano, e non sono nemmeno lontanamente la maggioranza di qualunque classe demoscopica (le classiche Alfa istruzione, bassa istruzione, alto reddito, basso reddito, democratici, repubblicani, religiosi, atei, eccetera), tranne una.

Sono giovani.

Crescono con Snapchat, si abituano a considerarlo il mezzo di comunicazione e relazione sociale e forse così facendo accetteranno di buon grado (o con indifferenza) qualunque modifica (qual è il primo esempio che vi viene in mente?) il sistema decida di apportare a se stesso (dopotutto, qualcuno di noi si è accorto di quanta pubblicità ci fosse propinata durante i cartoni all’epoca in cui li guardavamo?). Sono poi, ovviamente, i consumatori (non di domani, ma di oggi) cui tutti vorrebbero arrivare: quelli che, nei casi in cui non abbiano capacità significativa di spesa propria, orientano comunque in maniera palese e profonda le scelte delle proprie famiglie.

Ma forse, tutto questo è solo sovrastruttura da matusa, che non ha capito che mandare agli amici un selfie che vomita arcobaleni è solo una gran figata.

Postata 3 minuti fa, e nessuno ancora ha risposto. Dannazione.

If just for one thing: You take more photos with less hesitance using a traditional camera over the iPhone. Maybe it’s the form factor of the phone, maybe your subject’s fear of ending up on YouTube that let people behave differently in front of the iPhone than in front of a traditional camera.

Daydreaming of an iPad-only future — the minimal

Ricordate come, solo qualche anno fa, sottolineavamo la minore inibizione che causava nei soggetti (soprattutto in ambito documentaristico e di street photography) l’uso di un iPhone al posto di una normale macchina fotografica?

I tempi cambiano, suppongo.