Hey guarda, una mail!
Quasi quanto di più triste potessi tirare in ballo, ma la faccenda sta assumendo toni talmente ridicoli e pomposi, che sentivo la necessità quasi fisica di sdrammatizzare. La polemica innescata dai creatori di Hey (l’ennesimo progetto che si propone di rivoluzionare l’email – strumento odiato dall’85% dei suoi utenti e male utilizzato dal 95% dei medesimi) non è nuova: la commissione del 30% (15% dopo il primo anno per gli abbonamenti) che Apple riscuote dai publisher delle App sullo Store ha – negli ultimi anni – scatenato le rimostranze di Spotify e Netflix, solo per citare alcuni pesi massimi. I due appena menzionati hanno raddrizzato il “terribile torto” subito (in base ad una condizione presente – specifichiamolo – da sempre nei termini d’uso di Apple Store) eliminando la possibilità di sottoscrivere abbonamenti dall’interno delle rispettive applicazioni.
Ma – ed è qui, il grande Bardo direbbe, che c’è l’intoppo – Hey non può applicare il medesimo meccanismo, senza rendere palese quanto sia pretestuosa la propria obiezione. Netflix e Spotify sono sevizi di streaming: consentono l’accesso a librerie di contenuti esterne all’app, per le quali è evidente che occorre sottoscrivere un abbonamento. Hey gestisce l’email: un servizio universale, tendenzialmente sempre gratuito, che diventa inaccessibile dall’app in questione se non si è titolari di un abbonamento. Quindi, per dirla con le parole di Phil Schiller (che ha risposto in maniera piuttosto piccata alle critiche – un atteggiamento difficile da fargli tenere), “l’utente apre l’app e questa non funziona”. Apple è stata costretta, negli anni, a rivedere i vincoli imposti a chi pubblichi sullo Store; a sentire fonti autorevoli (Gruber), sarebbero parecchi gli sviluppatori che mal sopportano questa “quota” (non considerando abbastanza a fondo, a mio avviso, quale complessità richieda la gestione di uno Store virtuale di queste proporzioni, con questioncine quali la gestione e protezione di dati personali e di pagamento, mantenimento delle performance e della disponibilità del sistema, data center e simili). Ciò su cui dovrebbero riflettere, però, è come le proteste mosse da questi “big players” ammantino tutta la questione di un senso di “gne gne” che danneggia loro in primis. Spotify, parliamoci chiaro, esiste grazie ai dispositivi mobili: di questi, alla luce di anni di statistica, quelli che portano i veri introiti sono quelli del tanto vituperato “walled garden” Apple. Per quale motivo un’azienda di tali dimensioni dovrebbe propendere per il ricorso all’”angry mob”, invece di contrattare riservatamente termini più favorevoli? Semplice: non esporsi direttamente. Ammantare le proprie rivendicazioni di un’aura di “giustizia sociale”, ascriversi il ruolo di “paladini della ggente”. Presentare ricorsi a qualunque authority possibile, escludendo forse solo il WWF. Esporre la propria “merce” nella più prestigiosa vetrina digitale del mondo, senza voler pagare l’affitto della medesima (peraltro, un affitto abbastanza congruo, soprattutto considerando il fatto che lo si paga solo su ciò che effettivamente si vende.
Ma in breve:
- Apple fa soldi con il 30%? Certamente. Non è una no profit, punta come altri al massimo ricavo (e a giudicare da come viene costantemente maltrattata dagli analisti finanziari, non lo fa neppure abbastanza).
- Gli sviluppatori patiscono la fame? A giudicare – anche qui – da statistiche pluriennali, sembrerebbe proprio di no.
- Questo significa che la situazione debba rimanere tale in eterno? Certamente no, ma come detto sopra, la contrattazione è la soluzione, non l’additare il “brutteccattivo” di turno.
Certo, la ggente fa molta più scena.
P.S. Da uno dei mille post scritti in questi giorni: “Here’s just a sampling of what makes HEY special: Easy and powerful email screening: When someone emails you for the first time, they don’t just come through automatically. They land in “The Screener”, a separate pane where you can immediately decide to accept emails from that person or deny them forever. [...]” Come potremmo mai perderci queste mirabolanti ed innovative funzionalità?
P.P.S L’App Store soffre di enormi problemi, su tutti l’aver permesso che diventasse norma il pensiero secondo cui “se non è gratis, è un furto”, ma questa è una faccenda mai al centro delle rimostranze dei “big”, i quali fanno soldi anche così...
P.P.P.S. Per i sacerdoti di rito ortodosso, cioè quello secondo cui Apple lucra in maniera ignobile sulla pelle di poveri utenti e sviluppatori inermi, ricordiamoci qual è l’attuale panorama nell’app store concorrente: qualcuno ha bisogno di rinfrescarsi la memoria sulle civili e composte reazioni all’annuncio della rimozione di app Android che consentivano di accedere a Spotify in modalità “caduto da camion”?